05
Gennaio
2021

Diario Binario

di Giorgio Desio Mirando

Quando non esistevano i videogiochi, quando non dovevamo fare le lezioni a distanza, quando si andava alla scuola elementare nel proprio grembiulino nero con colletto bianco e fiocco azzurro. E la ferrovia rappresentava un’attrazione (almeno per me) oltre che un mezzo di trasporto. Stiamo parlando degli anni ’60 – ’70 ed era l’epoca del castano isabella e del grigio ardesia, colori imperanti sui binari.

Noli, antica Repubblica marinara, chiusa nel suo piccolo golfo, presidiata a est dalle vestigia dell’antico castello e a ovest dall’imponente omonimo Capo, era un tutt’uno con la ferrovia, quella che nel lontano 1871 aveva diviso il paese ma che con il tempo era entrata in simbiosi con la vita delle circa 2.000 anime che lo abitavano.

La galleria di Chiariventi per i treni provenienti da Spotorno immetteva i convogli sull’unico binario presente in rilevato con la linea di ferro sovrastata dal bifilare dell’alimentazione trifase prima e dalla corrente continua nell’ultima parte di esercizio. Gli angusti sottopassi che collegavano le due parti del paese sapevano di umido, di salsedine, di pesce azzurro messo ad essiccare, di tini d’annata che facevano fermentare il vinello “Nostralino” delle rigogliose fasce che caratterizzavano le colline sopra il paese.

L’aulica immagine intrisa di storia (legata a Genova) viveva accanto alla modernità di un treno che portava carichi di turisti in estate e studenti e lavoratori durante tutto l’anno verso le vicine e industriali (all’epoca) Vado Ligure e Savona, ma anche Finale Ligure. Il sedime si allargava, poco dopo l’Oratorio di Sant’ Anna, superando il Rio Sant’Antonio, aprendo la vista del viaggiatore al piazzale di stazione. Due brevi tronchini ricordavano che un tempo il piccolo scalo merci accoglieva il minerale di quarzo della vicina cava, poi trasportato via ferrovia, soprannominando quel luogo “terra gianca” (dal dialetto, “terra bianca”).

Il grande deposito risultò per me, bambino di otto anni, sempre un grande mistero, in quanto eternamente chiuso all’accesso e come tale incrementava la mia fantasia giovanile. Anche il piccolo locale della pesa caratterizzato dal segnale a disco rosso attirava il mio interesse per quello che, in fin dei conti, mi sembrava più un parco giochi che un luogo di transito e di lavoro. Un alto muro dirimpetto alla stazione disposta su un unico piano, era lo zoccolo di alte palazzine nelle quali gli abitanti da tempo si erano assuefatti alla presenza della ferrovia.

La stazione, per me, figlio del capostazione, era una seconda casa. Vivevo quegli ambienti austeri ma ben curati come se fossero davvero casa mia: la biglietteria (il famoso “armadio delle meraviglie” come lo chiamavo), piena di biglietti in cartoncino Edmonson con la timbratrice elettrica dalla scocca verde che li avrebbe datati al momento dell’emissione, l’ufficio del “Superiore”, il locale spogliatoio caratterizzato dall’ampio tavolo con la formica verde dove svolgevo i miei compiti pomeridiani, il blocco elettrico manuale, contraddistinto dalla classica scatola rossa e dal tintinnio ormai diventato familiare che richiamava l’attenzione del capostazione, la sala d’aspetto sempre linda e affidata alla cura degli stessi ferrovieri. I bagni con la scritta “Signori” e “Signore”, la sala tecnica con tutti gli impianti elettrici e lo splendido giardinetto tanto curato da ricevere un premio compartimentale per la più bella stazione della Riviera Ligure. Quante corse per seguire bene l’arrivo dei treni merci dalla galleria Malpasso, che potevano essere ammirati in tutta la sua lunghezza visto il rettilineo che ne caratterizzava buona parte del piazzale verso ovest. E poi i locali con le Centoporte, le littorine ALe 880 e i treni internazionali, quelli che tanto facevano tribolare mio papà. Su quei treni dei pellegrini per Lourdes si potrebbe scrivere un capitolo a parte, visto che il primo miracolo che i viaggiatori colà diretti vedevano realizzare erano le manovre di papà nel far stare il lungo treno all’interno delle traverse distanziometriche tra l’inizio e la fine della stazione e permettere gli incroci in sicurezza.

Nel grazioso giardinetto sovrastato da una bellissima palma, con la ghiaia bianca e le aiuole, passavo momenti belli nel silenzio tra un treno e l’altro, mentre alle mie spalle la chiesa paleocristiana San Paragorio faceva da sfondo in un paesaggio antico fuori dal tempo e un gatto sonnecchioso che faceva capolino riscaldato dal tepore del sole pomeridiano. Era solo un breve momento di pausa prima che la campanella Leopolder attirasse nuovamente la mia attenzione, presagendo l’arrivo di un nuovo treno. Lo stridore dei freni anticipava di poco l’annuncio all’altoparlante “Noli, stazione di Noli”, che induceva i passeggeri a una solerte discesa da quei vagoni di vecchia foggia, ma così belli da ammirare senza le fiancate deturpate dai graffiti. Pochi minuti e il fischio accompagnato dalle ultime porte sbattute dal capotreno metteva in movimento quel bellissimo giocattolo, facendolo ingoiare poco dopo da una delle due buie e umide gallerie poste agli estremi della stazione.

Poi, nelle giornate più calde, ricordo il guardia-linea che percorreva a piedi un bel tratto di fianco alla strada ferrata. Stanco e sudato arrivava con il suo bastone e la lanterna per una breve sosta refrigerante nel baretto antistante la stazione, autentico punto di ritrovo di Noli. Ricordo i  turisti tedeschi che direttamente da Amburgo scendevano in quella piccola stazione per soggiornare lungo le spiagge del Mar Ligure.

L’orologio del progresso arrivò il 21 aprile 1977; l’ultimo treno chiuse il capitolo della ferrovia a Noli. Con immensa tristezza ricordo ancora l’ultimo lacerante fischio della Ale 801-012, la cosiddetta Fanta, prima di infilarsi in galleria per la meta savonese ed essere risucchiata per sempre dall’oblio.

Quella tecnologia d’antan ora rivive grazie alla passione smisurata e benemerita della Fondazione FS Italiane e di tanti volontari e appassionati che, come me, hanno vissuto i momenti belli della nostra ferrovia.