17
Luglio
2020

Railway Heart

di Enrico Procentese

Roberto di Patrizi, da pendolare a streetgrapher

Da quanto tempo fotografi l’universo ferroviario?

Faccio il pendolare da un po’ di anni. La stazione ferroviaria, immenso crocevia di individui di tutte le etnie e nazionalità, è diventata la mia riserva di caccia. In questo affascinante luogo si intrecciano così tante storie, ogni giorno, che meriterebbero di essere tutte quante raccontate. Credo che fotografare sia un modo per far girare il tempo dall’altra parte e accarezzare di nascosto l’eternità, anche se è solo per un attimo.

Come è iniziata questa avventura?

Fare foto in stazione è terapeutico, vivo l’attesa di arrivare in stazione quasi come se fosse la mia catarsi. Penso alle infinite immagini interessanti che potrebbero presentarmisi davanti se solo avrò il coraggio di afferrarle con l’obiettivo. Amo fotografare le persone in stazione e credo che l’amerò sempre, anche quando smetterò di fare il pendolare. Già so che un giorno tutto questo, paradossalmente, mi mancherà.

I tuoi lavori come nascono?

A differenza di alcuni fotografi di strada, che escono di casa appositamente per fare street photography e, come pescatori di fiume, hanno la pazienza di appostarsi per ore aspettando il momento giusto, io non cerco le foto che poi scatto. Sono le foto a  venirmi incontro mentre cammino per andare a lavorare. Dedico alla street quel piccolo ritaglio di tempo che va da quando scendo dal treno a quando entro in metropolitana e viceversa durante il ritorno verso casa.

Mi piace pensare che sia il destino a farmi passare da un luogo in un preciso istante e non un momento prima, o un attimo dopo. Credo che ci sia davvero tanta bellezza davanti a ognuno di noi, proprio sotto gli occhi di tutti, ma a volte mi sento come se fossi l’unico ad accorgermene. Ed è proprio questa la magia, infatti non ho ancora ben capito se sia stato io a scegliere la street photography o lei a scegliere me… [n.d.r. streetgrapher è un neologismo che nasce dalla fusione di due parole: street e photographer].

Cosa fai durante il viaggio?

Quando sono in treno, mentre corre, guardo fuori dal finestrino. Campi arati, solchi di grano, tralicci, case rurali, greggi. Centri abitati, ruderi, fiumi, stradine di campagna. Capannoni, piccole centrali elettriche, grandi parcheggi vuoti. Lunghe gallerie buie. Cantieri, cave, scheletri di palazzine mai ultimate. Treni che sfrecciano in senso contrario. Rimesse di caravan, campi sportivi, sfasciacarrozze. Una vita sola non mi basta. Vorrei scendere dal treno ogni volta che cambia il panorama. Conoscere le persone che, quel panorama, lo respirano ogni giorno… e fotografarle mentre lo fanno. Fermarmi in quei luoghi per un mese, un anno o quanto mi pare per poi riprendere il viaggio. Questo sarebbe un bel modo di vivere, se solo ne avessi il coraggio.

La foto della tua vita?

Ci sono giorni in cui mi impongo di non portare la fotocamera. Un po’ per andare più leggero e un po’ per non farla diventare un’abitudine. Ma appena scendo gli scalini del treno, mi assale una spiacevole sensazione di disagio. È come se non avessi il mio braccio artificiale, il mio super potere, la mia coperta di Linus. Cammino senza guardarmi attorno per paura di vedere, e non poter immortalare, la foto della mia vita. Quella che non farò mai. Uno dei miei libri preferiti è Narciso e Boccadoro, di Hermann Hesse. Ho pianto a dirotto durante la lettura dell’ultima pagina. Non mi era mai capitato per un libro.