17
Novembre
2020

Diario Binario

di Pietro Fattori

Il caldo, quell’estate di tanti anni fa, prometteva immani fatiche e copiosi sudori ai ferrovieri ed i manovali in servizio presso l’antico scalo di Porto Empedocle Centrale, il più vasto ed importante della provincia di Agrigento. Ma quella era una serata speciale per tutti: dal capostazione titolare fino agli addetti alla carbonaia, fremeva l’attesa per l’appuntamento che, annualmente, salutava l’inizio della rovente stagione estiva siciliana. Che è quasi infernale per chi lavora tra le rotaie che si perdono tra le dune sabbiose e l’ingiallita campagna dell’agrigentino. Il passaggio del penultimo treno locale segna finalmente l’inizio della festa. Dalla vetusta rimessa locomotive ecco che si iniziano ad udire le risate dei manutentori, ancora unti di grasso, accompagnarsi a quelle del personale viaggiante che trascorrerà la notte nel retrostante dormitorio.

Quella sera l’incaricato non ha neppure acceso le luci della cucina e direttamente chiuso a chiave la cambusa: anche lui, insieme al figlioletto che sogna di diventare un giorno macchinista, si dirige, preceduto da alcuni manovali in servizio presso il rifornitore del gasolio, verso la parte centrale del piazzale di stazione, dirimpetto l’ottocentesco fabbricato viaggiatori. Proprio lì, nella breve striscia di pietrisco scuro che separa i due scartamenti che da quasi un secolo convivono nel medesimo impianto, u ‘ziu Cicciu’ sta governando gli enormi bracieri allestiti per l’occasione, coadiuvato dai “picciotti” dell’INT in servizio presso il Magazzino Merci. Dalla adiacente via Lincoln accorrono altri ferrovieri che, affacciati ai loro balconi, hanno comodamente atteso il momento propizio per unirsi ai colleghi: un’orda di 70, forse 80, uomini di tutte le età, affamati, iniziano a lamentare il ritardo di alcuni, con epiteti assai coloriti.

Sì perché Porto Empedocle era sede capotronco della “ridotta” fino alla stazione di Cattolica Eraclea: e molti, ancora, mancavano all’appello da Montallegro, Siculiana, Realmonte, compresi cantonieri e gestori che costituivano il piccolo grande esercito delle FS che quotidianamente garantiva la circolazione delle littorine sulla difficile e vetusta rete secondaria.

L’ultimo ad arrivare, dalla confinante stazione Succursale, con il suo carrello a pedali è Don Lillo con al seguito un altro carrellino improvvisato con traverse mezze bruciacchiate trasudanti creosoto, ed il suo prezioso e agognato carico composto da 10 casse di sarde freschissime. Quasi contemporaneamente dallo spogliatoio dell’adiacente magazzino lavori ecco arrivare una vecchia botte di vino portata a trofeo dagli operai di armamento: 50 litri di nettare bianco omaggiato al capostazione titolare da una ditta del canicattinese pochi giorni addietro. Dai bracieri ardenti inizia a sprigionarsi quell’odore tipico di pesce azzurro grigliato, capace anche di annichilire i fastidiosi fumi provenienti dalle vicine ciminiere della fabbrica di fertilizzanti. Sono necessari appena pochi minuti di cottura. E si scatena la ressa: su ogni brace, e sono cinque, si proiettano le mani di tutti nel tentativo di afferrare quanto più possibile.

Il responsabile del Movimento di turno quella sera, insieme ai suoi deviatori, a malincuore, deve però urgentemente abbandonare il campo per tornare operativo nel suo ufficio. Alle 23.00, infatti, è previsto l’arrivo dell’ultimo treno locale della notte, l’11436, che arresterà la sua corsa a Ribera. Quando il convoglio arriva, u ‘zi Cicciu’, che quella sera aveva tenuto a bada un esercito di 100 famelici colleghi, non si fa trovare impreparato: aveva già messo da parte due cartoncini arrotolati traboccanti di pesce azzurro grigliato, uno per il personale, che attendeva al finestrino della littorina di ritirare l’atteso premio di fine giornata, ed un altro, decisamente più grande, destinato ai passeggeri, che quella sera erano appena 8, per la gioia di capotreno e conduttore. Giusto il tempo di attendere l’abbassarsi del segnale ad ala e la littorina scompare lentamente tra le fioche luci di Porto Empedocle lasciando quindi ai fuochisti campo libero e la possibilità di ravvivare le tiepide braci e continuare, così, l’allegro conviviale. Intorno all’una di notte, sazi di sarde e di vino, alcuni iniziano a ritirarsi. Ci sono due macchinisti di Sciacca che si avviano, incerti, verso il dormitorio: loro, domani mattina all’alba, dovranno curare l’invio della piccola vaporiera ad alimentazione mista carbone/gasolio al deposito di Castelvetrano. Poi è il turno di operai di armamento e cantonieri, che ritornano con le proprie auto nei paesi d’origine. Quando l’atmosfera si fa più intima, ed il vino inizia a scarseggiare, cambia il tenore della discussione.

Alle allegre risate, subentra una strana ed inaspettata malinconia. “Forse l’anno prossimo rimontano la terza rotaia sul ponte Sant’Anna: lo ha detto il capo riparto”. “Ma no, no: i sindacati ci hanno garantito che non toccano la Porto Empedocle! La ridotta è protetta dal vincolo del Ministero!”. Ed ancora: “Pensa a finire il vino! L’anno prossimo io vado in pensione e chi si è visto si è visto!”. Fa eco l’impiegato della segreteria: “Chissà se saremo ancora qui tra qualche anno, tra amici, tra fratelli, tra colleghi”. Quando tutti sono andati via, è quasi l’alba. Nel piazzale regna il silenzio ed un acre odore di creosoto misto a rimasugli di pesce ancora attaccato alle griglie abbandonate nei giardini confinanti con la fabbrica. Si spengono le cinque torri faro. Poi dalla rimessa locomotive appare, sbuffante e già stanca, una R302. Si manovra sulla piattaforma girevole, poi si agganciano ad essa i due carri destinati alla revisione presso l’impianto di Castelvetrano. Il primo macchinista raggiunge l’ufficio del movimento, ritira e firma i moduli e, prima di partire, con forte accento saccense, ringrazia il dirigente di turno: “Ho dormito poco ma è stata una gioia, l’anno prossimo cercherò di essere di turno per il conviviale”.

Quello, il 1977, fu il penultimo anno di vita della linea a scartamento ridotto di Porto Empedocle. Alcuni mesi dopo il capolinea fu arretrato a Realmonte. Poi, nel 1978, a Ribera. Finché, 7 anni più tardi, il 31 dicembre 1985, venne completamente sospesa l’ultima ferrovia a scartamento metrico delle Ferrovie dello Stato.